La Repubblica: Il vino naturale raddoppia, nelle botti italiane c’è sempre più biologico

7 aprile 2017

Licia Granello-faceLicia Granello, su La Repubblica, tratteggia un interessante ritratto della attuale situazione italiana delle produzioni biologiche. Mi fa piacere sapere di essere tra i produttori di riferimento da lei citati.

“MILANO. C’era una volta il vino convenzionale. C’è ancora, e farà la parte del leone nella cinquantunesima edizione del Vinitaly, che si apre domenica alla Fiera di Verona, con il suo ventaglio di numeri sontuosi: trenta Paesi presenti, oltre quattromila espositori e 131.000 operatori. e poi degustazioni orizzontali (per etichette dello stesso vitigno) e verticali (per annate), premiazioni, dibattiti, lezioni di abbinamenti, focus su extravergine e tecnologie innovative, su su fino al parterre dei Paperoni del vino, messi in fila da Anna De Martino nell’annuale super classifica delle cantine più ricche d’Italia, tutte oltre i cento milioni di euro di fatturato.

Ma accanto alla viticoltura maggioritaria, cresce una quota minoritaria e poetica, che sta rivoluzionando il mondo del vino a partire dalla terra. Una tendenza così prorompente da aver raddoppiato i suoi seguaci in pochi anni, tanto da indurre gli organizzatori della fiera a riservare spazi sempre più dilatati alla sezione Vivit – Vigne Vignaioli Terroir – riservata ai produttori che hanno cancellato la chimica dalle loro bottiglie.

Gli ultimi in ordine di tempo sono quelli di Ferrari Spumanti, che pochi fa hanno fatto outing eno-biologico: <<A coronamento dell’impegno della famiglia Lunelli nel riportare al centro dell’attività agricola il concetto stesso di fertilità naturale del terreno, il rispetto dell’ambiente e di chi vi lavora>>.

Lo spumante più famoso del mondo va ad aggiungersi al 65% dei vigneti di Franciacorta, in conversione o già certificati e bollati in etichetta con la virtuosa fogliolina verde. Nomi importanti come Berlucchi e Mosnel, fulminati sulla via dell’agricoltura rispettosa di ambiente e salute in scia ai pionieri di Barone Pizzini, antesignani delle bollicine biologiche. Se i cinquanta ettari coltivati sotto l’occhio attento di Silvano Brescianini hanno fatto la storia della viticoltura biologica italiana, i cinquecento di Berlucchi hanno avuto un effetto domino dirompente, spingendo verso l’agricoltura “organic” (definizione internazionale) tutti i conferitori, proprio come succede con i vignaioli di Ferrari.

Il valore della scelta biologica è tanto maggiore se si pensa alla fatica di portare a fino alla vendemmia le uve del Nord. Un rischio che raddoppia passando dallo Chardonnay, vitigno precoce raccolto in agosto nel Bresciano, al Nebbiolo coltivato in Piemonte, dove ogni giorno settembrino sulla pianta significa sì uve più asciutte e zuccherine, ma anche lo sguardo fisso al cielo per il pericolo di pioggia. Non a caso, la nuova generazione dei barolisti Ceretto ha investito quasi dieci anni in studi e sperimentazioni prima di codificare la nuova vocazione biodinamica dell’azienda, forte di quasi duecento ettari nel cuore delle Langhe.

Al centro-sud, tutto un po’ più semplice, grazie a un clima benevolo e alla millenaria tradizione contadina, molto spesso declinata al femminile, dai vini minerali della campagna di Apricena, Foggia, dove Valentina Passalacqua fa riposare i mosti nelle uova di cemento, alla ragusana Arianna Occhipinti con i suoi vini da uve autoctone, “armonici e diseguali” (Arianna dixit), fino alle cantine nel tufo dove riposa l’Aglianico Basilisco di Viviana Malfarina e ai nuovi vini bio delle sorelle Lungarotti, a un passo da Assisi.

Un’onda lunga, forte e vitale, che si traduce anche in due manifestazioni parallele al Vinitaly – Vini Veri e VinNatur – entrambe tra Vicenza e Verona. Su tutti governano gli occhi celesti di Alois Lageder, pioniere altoatesino della viticoltura in armonia con la terra. Il suo appuntamento di primavera, “Summa”, che ospita i grandi vini naturali del mondo, compie vent’anni. Di lotta e di successo. Prosit.”

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